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martedì, 11 marzo 2008

Tricarico

sono estasiato, davvero.
postato da: peperone alle ore 01:04 | link | commenti (1)
categorie: storie
giovedì, 30 marzo 2006

Ninna nanna per Jacopo

In questo mondo che ora è soprattutto il tuo
sei una stella e il cielo brillerà per te
sei come l'alba di un mattino sopra il mare
e tutti quanti i pesci parlano di te

se appoggi un po' l'orecchio e poi respiri piano
li puoi sentire mentre stanno a bisbigliare
la ninna nanna che ti vogliono cantare
la sera quando piangi e non li fai dormire

ti guardano e ti sognano sulla tua strada
un giorno in primavera con il cuore in gola
il tuo respiro rotto da quell'emozione
di aver capito cosa noi chiamiamo amore

ti guardano e ti pensano in un temporale
seduto su un gradino bagnato da morire
che piove tanto forte che non puoi parlare
e la tua fantasia che sogna di partire

bambino mio la vita è tutta da scoprire
è una felicità che fa scoppiare il cuore
e anche se alcune volte ti farà soffrire
tu guarda sempre avanti e brillerà il tuo sole

per questo adesso dormi e non ti disperare
che Nadia e Tato sono sempre qui con te
quando ne avrai bisogno ci potrai contare
tu sei la loro luce
vivono per te
postato da: peperone alle ore 14:39 | link | commenti (3)
categorie: storie, self
martedì, 28 marzo 2006

Il nemico invisibile

Mi parlano mentre dormo, mentre mangio o lavoro
mentre mi riposo mi assediano
mentre ascolto mi adulano
Come da sempre accade a questo mondo
i soldi hanno bisogno d'un nemico

per questo mi vogliono con loro
fratello di sangue ed alleato
otre da cui si spilla il vino

Accade sempre, e sempre in questo modo
grande minaccia, colpisce e si nasconde
che con gli anni il colore si confonde
da rossa a nera, da falce a mezzaluna
vien da lontano ma tra di noi si annida

per questo ci vogliono con loro
fratelli che credono e combattono
vigne che son pronte alla vendemmia

Così come una febbre si diffonde
ed anche in altri mondi già attecchisce
chè quando il tuo nemico poi si arrende
il prossimo fa sempre più paura

E tu ti appelli al Giusto ed alla fede
mentre la libertà già ne risente
ma il Giusto nel suo nome già ti chiede
che quella libertà non dica niente

Così s'ingannano milioni di persone
che credono in coscienza d'esser sane
mentre agiscono ignare e non capendo
di essere esse setsse il proprio male.
postato da: peperone alle ore 12:42 | link | commenti (1)
categorie: storie
venerdì, 24 marzo 2006

Il Granaio

Eppure me lo aveva detto. cazzo. quante volte? certo che me lo aveva detto. e ora. che stronzo che sono. coglione. Però lì c'è un buco. forse riesco a entrarci. il muro sopra sembra ancora solido. potrebbe reggere. cazzo speiamo che non venga giù. Polvere. quanta polvere. ho la bocca secca. non ho più saliva neanche per sputare. cazzo. Certo che se viene giù non ho scampo. sarebbe una cosa veloce. non me ne renderei neanche conto. speriamo che sia una cosa veloce. ma che cazzo dico. I polmoni. fanno male. questa tosse. la maglietta è troppo leggera. la polvere ci passa in mezzo. cazzo è tutta intrisa di polvere ormai. Non vedo quasi più niente. anche i tremori ormai sono passati. dal buco solo polvere bianca di luce. il tetto è venuto giù tutto. il pavimento del primo e del secondo piano. qui dentro è buio pesto. Tremo. paura. adrenalina. è forte. continua a crollare. buio. buio. Ha coperto il buco. Silenzio. Me lo aveva detto. Me lo aveva detto. Polvere. ho bisogno d'aria. Bruciano. I polmoni bruciano. Buio. Mi sento ovattato. Ho paura.   
postato da: peperone alle ore 14:02 | link | commenti
categorie: storie

a long time ago

Mollare tutto e andare. Tutto? Cosa c’era poi di tanto grande da lasciarsi dietro le spalle? Nulla che valesse la pena di portarsi appresso, nulla di così grande che non potesse trovare spazio nella sua borsa o nei suoi ricordi. Nulla che non potesse essere trasportato con la facilità con cui si porta con sé un’emozione. Quelle brutte, quelle pesanti e opprimenti, quelle angosciose e nere si sarebbero fermate al check-in, loro non avevano il biglietto e non sarebbero salite con lui sull’aereo, non sarebbero partite con lui. Le avrebbe lasciate a terra. Perse o dimenticate. Così pensando passò il controllo bagagli e si diresse verso il gate 25.
“Cristo le sigarette” pensò passando davanti ai vari Duty Free, ma grazie alle normative europee lì non le vendevano più, quindi arrivato in fondo al coridoio cercò l’edicola-tabbaccaio. Prese una stecca di gauloises, tre pacchetti doppi di gomme da masticare, Focus e la settimana enigmistica per passare il tempo durante il viaggio, sapeva che difficilmente sarebbe riuscito a dormire. lasciò la stecca nella busta e infilò le riviste e le gomme nella tracolla, insieme alla molesquine, alla lonely planet, a Hemingey, alle penne e alle matite, al portadocumenti con il passaporto e i soldi.



Uscire dall’aereo non è come prendere uno schiaffo in piena faccia, è un’ondata di calore e umidità che ti si infila all’istante sotto la maglietta e ti bagna immediatamente di sudore. È il tropico che si presenta, che ti saluta e ti abbraccia soavemente regalandoti il suo più profondo benvenuto. È sera ma il caldo non sembra accorgersene, è sera solo perché il sole se ne è già andato a dormire, perché le auto si accalchino per le strade andando e venendo, auto che esplodono di merengue e bachata. Auto, camionetas, jeepetas e minibus si fondono insieme sulla strada fatiscente che collega l’aeroporto alla città, aggiungendo il loro calore al calore che già c’è. Sul ciglio della strada si susseguono le baracche, interrotte solo di tanto in tanto dai paradar, baracche più grandi delle altre dove puoi fermarti a prendere un trago, un bicchiere. Il traffico è caotico e senza alcuna regola, non c’è illuminazione stradale e le uniche luci sono i quelle del traffico e delle baracche, i motoconchos, moto-taxi, sfrecciano in mezzo all’ingorgo con la velocità delle lepri, bruciano semafori ed incroci attaccandosi al clacson senza nemmeno rallentare. Le baracche lasciano pian piano il passo a delle costruzioni appena un po’ più solide. Stai entrando in città, guardando fuori la prima cosa che ti colpisce è la sporcizia e un senso di lasciato a metà, ti colpisce questo prima ancora che il verde, intenso e rigoglioso che esplode ovunque sia rimasto un lembo di terra non asfaltato. Passi sotto una galleria stretta e maiolicata, ritorni a cielo aperto e subito ti ritrovi su un ponte, doppio e lungo. Guardi sotto e non vedi nulla, poi dal buio e dall’alto distingui delle forme, baracche di legno, un fiume intero di baracche di legno brulicanti di vita appare la dove pensavi non ci fosse nulla. Il barrio più popoloso, povero e pericoloso di tutta l’isola, lì a due passi dal centro storico della capitale. L’autopista ora si restringe a due corsie e sale trasformandosi in una sopraelevata che sorvola letteralmente la città, una città strana, fatta di palazzi popolari bassi, al massimo di tre o quattro piani. Cala ancora di più l’oscurità e la città intorno svanisce, ti chiedi dove sia, ti ritrovi in un quartiere dove miseria e ricchezza fanno a pugni tra di loro, non ci sei abituato e ti fa un certo effetto ma qui è la normalità. La strada che percorri è costeggiata dal verde e dalla spazzatura, le case viste da fuori sono sporche e fatiscenti, ogniuna col suo piccolo patio recintato da gabbie di ferro rosso di antiruggine che danno l’idea di una prigione. Giri un incrocio e non c’è più immondizia sulla strada, le case ammucchiate una accanto all’altra sono scomparse, sostituite da eleganti recinzioni in muratura dietro le quali puoi immaginare verdissimi giardini con prati all’inglese ornati dagli alberi tropicali che vedi osservarti dall’alto. Larghi cancelli rivelano qua e la l’ingresso di magnifiche ville, in alto sulla collina puoi osservarne una in tutta la sua maestosità, immersa nel verde e con una lunga fila di finestre illuminate, sono talmente tante, le luci, che non hai neanche il tempo di contarle prima che lo scuro verde tropicale notturno se le porti via.

La casa dove ti portano non è una casa, è una villa come quelle che hai intravisto lungo la strada. È un incrocio tra una lussuosa tenuta di campagna ed una lussuosa casa di città. È l’incarnazione di tutto il lusso che puoi immaginare. Nel parcheggio vedi una spider mercedes, una camioneta crisler e una jeepeta mitsubishi tutte nuove di zecca, dentro tutto è monumentale, grandi saloni si susseguono introdotti da colonne ed archi, l’arredamento sembra trafugato da un galeone spagnolo. Attraversi una grande vetrata e ti ritrovi sul patio che da sul giardino interno, la piscina è immancabile, le bolle dei getti dell’idromassaggio animano la superfice dell’acqua. La stanchezza ed il jet leg rendono la situazione quasi ridicola, la gente ti parla e tu ti sforzi di capire e di rispondere in quel poco spagnolo da turista che riesci a mettere insieme senza scoppiare a ridere ogni cinque parole. Vorresti essere altrove, vorresti essere in una qualsiasi schifosissima stanza d’albergo di qualsiasi schifosissima topaia del più schifoso barrio dell’isola piuttosto che dover sopportare la curiosità di tutte quelle persone. Ma sei lì e non può essere altrimenti per cui ti metti l’anima in pace e fai fronte alla situazione. Nel frattempo inizi a perderti nei profumi, nei colori, nei suoni e nel rum.

Appena metti piede fuori dalla capitale ti rendi conto che non c’è limite alla quantità di spazzatura che si può accumulare ai bordi della strada, le case, ancorchè fatiscenti, vengono di nuovo soppiantate da una quantità di piccole baracche di legno che si accalcano tra il bordo della strada e la verde foresta tropicale. Il paesaggio è vivo, pieno di gente, ragazzi, donne, bambini che giocano e corrono. L’aria puzza un po’ meno e l’odore della natura ti penetra con insistenza nelle narici, ti pervade. La sporcizia c’è ancora ma col passare dei chilometri te ne accorgi sempre meno, sparisce alla tua vista come se i tuoi occhi non volessero più metterla a fuoco, la stai filtrando e non la rivedrai mai più. Ti abitui anche al traffico, alle auto scassate che vanno a 40 all’ora in corsia di sorpasso, alle improvvise e prive di senso conversioni a “U” di chi ti stà davanti, ai camion che suonano e non rallentano neanche quando attraversano paesini di poche decine di baracche con i bambini che corrono da una parte all’altra della strada. Ti fermi in un paradar lungo la strada a prendere un jugo natural de limòn e ti sembra la cosa più buona che tu abbia mai bevuto. Anche la frutta è diversa, assaggi un mango e ti chiedi come hai potuto viverne senza fin’ora, ne prendi una latta piena. Non ti interessa affatto che la gente ti guardi in quel modo, come un locale osserverebbe un gringo, come un povero osserva in ricco. Non te ne frega più nulla di essere un ricco in mezzo ai poveri, ricco sì. Perché anche chi ha poche centinaia di dollari in tasca e una macchina da guidare qui è ricco in confronto a chi non ha nulla più di una latta di mango da vendere lungo la strada. Non te ne frega nulla. Piano piano l’isola ti stà entrando dentro e non puoi opporti perché quel sole, quei colori e quegli odori stanno prendendo piacevolmente il sopravvento su tutto quello che hai pensato di essere fino a quel momento.

La moralità ed il senso stesso di civiltà con le quali sei cresciuto qui non possono fare presa, ti scivolano giù lungo le gambe ed evaporano. Un isola caraibica è un ecosistema chiuso, tutto ciò che ne è fuori è ovattato e oltremodo lontano. Cosa succeda nel resto del mondo è ignoto. La notizia estera più importante che puoi leggere sul periodico è il protrarsi del blocco delle raffinerie di petrolio venezuelane voluto da Chavez, bene di cui l’isola è uno dei più grandi acquirenti, qui l’energia elettrica si può produrre solamente così, con centrali termoelettriche alimentate a petrolio. Niente petrolio niente elettricità quindi, intere città in black-out, apagones, come li chiamano qui, per ore e ore. Sia i ricchi che i poveri. La moralità ed il senso stesso di civiltà con le quali sei cresciuto qui non possono fare presa, evaporano prima ancora che possano farti sorgere un qualsiasi pensiero, un qualsiasi dubbio. Evaporano lungo le strade piene di bambini che giocano nella polvere invece di essere a scuola, evaporano nella sporcizia e nella miseria, evaporano nel calore del sole o nel fresco dell’ombra, evaporano nell’odore della jungla, nel sapore del mango, nella batida de lechosa, nel morir sognando, nella birra ghiacciata e nel rum. Evaporano nel ritmo della musica. Nei riflessi sui corpi sudati delle donne. Nei loro occhi.
postato da: peperone alle ore 11:06 | link | commenti
categorie: storie, self
mercoledì, 30 novembre 2005

Il Cacciatore di aquiloni

L'Afganistan, il comunismo, i Talebani, l'America, l'infanzia, la famiglia, l'amicizia, il tradimento.
postato da: peperone alle ore 13:44 | link | commenti
categorie: storie