
Mollare tutto e andare. Tutto? Cosa c’era poi di tanto grande da lasciarsi dietro le spalle? Nulla che valesse la pena di portarsi appresso, nulla di così grande che non potesse trovare spazio nella sua borsa o nei suoi ricordi. Nulla che non potesse essere trasportato con la facilità con cui si porta con sé un’emozione. Quelle brutte, quelle pesanti e opprimenti, quelle angosciose e nere si sarebbero fermate al check-in, loro non avevano il biglietto e non sarebbero salite con lui sull’aereo, non sarebbero partite con lui. Le avrebbe lasciate a terra. Perse o dimenticate. Così pensando passò il controllo bagagli e si diresse verso il gate 25.
“Cristo le sigarette” pensò passando davanti ai vari Duty Free, ma grazie alle normative europee lì non le vendevano più, quindi arrivato in fondo al coridoio cercò l’edicola-tabbaccaio. Prese una stecca di gauloises, tre pacchetti doppi di gomme da masticare, Focus e la settimana enigmistica per passare il tempo durante il viaggio, sapeva che difficilmente sarebbe riuscito a dormire. lasciò la stecca nella busta e infilò le riviste e le gomme nella tracolla, insieme alla molesquine, alla lonely planet, a Hemingey, alle penne e alle matite, al portadocumenti con il passaporto e i soldi.

Uscire dall’aereo non è come prendere uno schiaffo in piena faccia, è un’ondata di calore e umidità che ti si infila all’istante sotto la maglietta e ti bagna immediatamente di sudore. È il tropico che si presenta, che ti saluta e ti abbraccia soavemente regalandoti il suo più profondo benvenuto. È sera ma il caldo non sembra accorgersene, è sera solo perché il sole se ne è già andato a dormire, perché le auto si accalchino per le strade andando e venendo, auto che esplodono di
merengue e
bachata. Auto,
camionetas,
jeepetas e minibus si fondono insieme sulla strada fatiscente che collega l’aeroporto alla città, aggiungendo il loro calore al calore che già c’è. Sul ciglio della strada si susseguono le baracche, interrotte solo di tanto in tanto dai
paradar, baracche più grandi delle altre dove puoi fermarti a prendere un
trago, un bicchiere. Il traffico è caotico e senza alcuna regola, non c’è illuminazione stradale e le uniche luci sono i quelle del traffico e delle baracche, i
motoconchos, moto-taxi, sfrecciano in mezzo all’ingorgo con la velocità delle lepri, bruciano semafori ed incroci attaccandosi al clacson senza nemmeno rallentare. Le baracche lasciano pian piano il passo a delle costruzioni appena un po’ più solide. Stai entrando in città, guardando fuori la prima cosa che ti colpisce è la sporcizia e un senso di lasciato a metà, ti colpisce questo prima ancora che il verde, intenso e rigoglioso che esplode ovunque sia rimasto un lembo di terra non asfaltato. Passi sotto una galleria stretta e maiolicata, ritorni a cielo aperto e subito ti ritrovi su un ponte, doppio e lungo. Guardi sotto e non vedi nulla, poi dal buio e dall’alto distingui delle forme, baracche di legno, un fiume intero di baracche di legno brulicanti di vita appare la dove pensavi non ci fosse nulla. Il
barrio più popoloso, povero e pericoloso di tutta l’isola, lì a due passi dal centro storico della capitale.
L’autopista ora si restringe a due corsie e sale trasformandosi in una sopraelevata che sorvola letteralmente la città, una città strana, fatta di palazzi popolari bassi, al massimo di tre o quattro piani. Cala ancora di più l’oscurità e la città intorno svanisce, ti chiedi dove sia, ti ritrovi in un quartiere dove miseria e ricchezza fanno a pugni tra di loro, non ci sei abituato e ti fa un certo effetto ma qui è la normalità. La strada che percorri è costeggiata dal verde e dalla spazzatura, le case viste da fuori sono sporche e fatiscenti, ogniuna col suo piccolo patio recintato da gabbie di ferro rosso di antiruggine che danno l’idea di una prigione. Giri un incrocio e non c’è più immondizia sulla strada, le case ammucchiate una accanto all’altra sono scomparse, sostituite da eleganti recinzioni in muratura dietro le quali puoi immaginare verdissimi giardini con prati all’inglese ornati dagli alberi tropicali che vedi osservarti dall’alto. Larghi cancelli rivelano qua e la l’ingresso di magnifiche ville, in alto sulla collina puoi osservarne una in tutta la sua maestosità, immersa nel verde e con una lunga fila di finestre illuminate, sono talmente tante, le luci, che non hai neanche il tempo di contarle prima che lo scuro verde tropicale notturno se le porti via.
La casa dove ti portano non è una casa, è una villa come quelle che hai intravisto lungo la strada. È un incrocio tra una lussuosa tenuta di campagna ed una lussuosa casa di città. È l’incarnazione di tutto il lusso che puoi immaginare. Nel parcheggio vedi una spider mercedes, una
camioneta crisler e una
jeepeta mitsubishi tutte nuove di zecca, dentro tutto è monumentale, grandi saloni si susseguono introdotti da colonne ed archi, l’arredamento sembra trafugato da un galeone spagnolo. Attraversi una grande vetrata e ti ritrovi sul patio che da sul giardino interno, la piscina è immancabile, le bolle dei getti dell’idromassaggio animano la superfice dell’acqua. La stanchezza ed il jet leg rendono la situazione quasi ridicola, la gente ti parla e tu ti sforzi di capire e di rispondere in quel poco spagnolo da turista che riesci a mettere insieme senza scoppiare a ridere ogni cinque parole. Vorresti essere altrove, vorresti essere in una qualsiasi schifosissima stanza d’albergo di qualsiasi schifosissima topaia del più schifoso
barrio dell’isola piuttosto che dover sopportare la curiosità di tutte quelle persone. Ma sei lì e non può essere altrimenti per cui ti metti l’anima in pace e fai fronte alla situazione. Nel frattempo inizi a perderti nei profumi, nei colori, nei suoni e nel rum.

Appena metti piede fuori dalla capitale ti rendi conto che non c’è limite alla quantità di spazzatura che si può accumulare ai bordi della strada, le case, ancorchè fatiscenti, vengono di nuovo soppiantate da una quantità di piccole baracche di legno che si accalcano tra il bordo della strada e la verde foresta tropicale. Il paesaggio è vivo, pieno di gente, ragazzi, donne, bambini che giocano e corrono. L’aria puzza un po’ meno e l’odore della natura ti penetra con insistenza nelle narici, ti pervade. La sporcizia c’è ancora ma col passare dei chilometri te ne accorgi sempre meno, sparisce alla tua vista come se i tuoi occhi non volessero più metterla a fuoco, la stai filtrando e non la rivedrai mai più. Ti abitui anche al traffico, alle auto scassate che vanno a 40 all’ora in corsia di sorpasso, alle improvvise e prive di senso conversioni a “U” di chi ti stà davanti, ai camion che suonano e non rallentano neanche quando attraversano paesini di poche decine di baracche con i bambini che corrono da una parte all’altra della strada. Ti fermi in un
paradar lungo la strada a prendere un
jugo natural de limòn e ti sembra la cosa più buona che tu abbia mai bevuto. Anche la frutta è diversa, assaggi un mango e ti chiedi come hai potuto viverne senza fin’ora, ne prendi una latta piena. Non ti interessa affatto che la gente ti guardi in quel modo, come un locale osserverebbe un
gringo, come un povero osserva in ricco. Non te ne frega più nulla di essere un ricco in mezzo ai poveri, ricco sì. Perché anche chi ha poche centinaia di dollari in tasca e una macchina da guidare qui è ricco in confronto a chi non ha nulla più di una latta di mango da vendere lungo la strada. Non te ne frega nulla. Piano piano l’isola ti stà entrando dentro e non puoi opporti perché quel sole, quei colori e quegli odori stanno prendendo piacevolmente il sopravvento su tutto quello che hai pensato di essere fino a quel momento.

La moralità ed il senso stesso di civiltà con le quali sei cresciuto qui non possono fare presa, ti scivolano giù lungo le gambe ed evaporano. Un isola caraibica è un ecosistema chiuso, tutto ciò che ne è fuori è ovattato e oltremodo lontano. Cosa succeda nel resto del mondo è ignoto. La notizia estera più importante che puoi leggere sul
periodico è il protrarsi del blocco delle raffinerie di petrolio venezuelane voluto da Chavez, bene di cui l’isola è uno dei più grandi acquirenti, qui l’energia elettrica si può produrre solamente così, con centrali termoelettriche alimentate a petrolio. Niente petrolio niente elettricità quindi, intere città in black-out,
apagones, come li chiamano qui, per ore e ore. Sia i ricchi che i poveri. La moralità ed il senso stesso di civiltà con le quali sei cresciuto qui non possono fare presa, evaporano prima ancora che possano farti sorgere un qualsiasi pensiero, un qualsiasi dubbio. Evaporano lungo le strade piene di bambini che giocano nella polvere invece di essere a scuola, evaporano nella sporcizia e nella miseria, evaporano nel calore del sole o nel fresco dell’ombra, evaporano nell’odore della jungla, nel sapore del mango, nella
batida de lechosa, nel
morir sognando, nella birra ghiacciata e nel rum. Evaporano nel ritmo della musica. Nei riflessi sui corpi sudati delle donne. Nei loro occhi.